UPDATE: BREXITNo Deal?

A giugno 2016 una scarsa maggioranza di cittadine e cittadini britannici hanno votato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. L’uscita era pianificata entro il 29 marzo 2019. Tuttavia, il Regno Unito è ancora parte dell’UE. Perché? Benvenuti nel caotico mondo della Brexit!

Tutta questa confusione ti ha fatto perdere il filo? Non sei certamente l‘unica/o… Cercheremo di aiutarti spiegandoti cos’è successo finora.

 

La situazione attuale

Il 31 gennaio 2020 a mezzanotte, il Regno Unito ha abbandonato l’Unione Europea dopo 47 anni che ne era membro. Il procedimento che ha portato alla Brexit è durato 3 anni e mezzo, durante i quali ci sono state diverse trattative, elezioni e molti interrogativi. La nostra cronologia della Brexit riassume tutto quello che c’è bisogno di sapere, come sempre in modo semplice e politicamente neutrale.

E adesso? Dal momento in cui la Brexit è diventata realtà, è cominciato un periodo di transizione che finirà il 31 dicembre 2020, durante il quale la Gran Bretagna dovrà continuare ad attenersi alle regole dell’UE. In questo periodo il Regno Unito e l’UE avranno tempo di contrattare un accordo di libero scambio e, per esempio, di regolare l’accesso del Regno Unito al mercato interno europeo.

Il 12 dicembre 2019 hanno avuto luogo nel Regno Unito le elezioni parlamentari. Queste elezioni sono state vinte dall’attuale Primo Ministro Boris Johnson e dal suo Partito Conservatore (Tories), il quale ha guadagnato una netta maggioranza in Parlamento. Su un totale di 650 seggi in parlamento, il partito conservatore ne ha vinti 364 (vedi grafico).

Lo slogan della campagna elettorale di Johnson era «Get Brexit Done»; il suo obiettivo è quindi quello di mettere in atto la Brexit. Tutte le candidate e i candidati del Partito Conservatore che hanno preso parte alle elezioni parlamentari hanno dovuto confermare per iscritto che, in caso di voto, avrebbero approvato l’accordo di uscita che Johnson ha chiuso con l’UE.

Il 20 dicembre 2019 la Camera dei Comuni ha approvato le dimissioni di Boris Johnson dal Parlamento britannico. Se anche la Camera dei Lord approverà il trattato di dimissioni, la Gran Bretagna lascerà l’UE entro il 31 gennaio 2020.

La questione della Brexit non è però così vicina ad essere archiviata. Dopo alla Brexit, il Regno Unito e l’UE dovranno infatti ancora negoziare un accordo di libero scambio. Il Regno Unito e l’UE non hanno ancora trovato un’intesa a riguardo. La Brexit è quindi prossima all’attuazione, ma le discussioni continueranno.

La grande Brexit-Cronologia

Gli inglesi sono entrati nell’UE il 1° gennaio 1973. Il Governo britannico si è sempre interessato in una collaborazione economica con gli stati europei. Una stretta collaborazione sul piano politico è però sempre stata vista con un occhio critico, motivo per cui il Regno Unito ha sempre cercato di ottenere un trattamento speciale. I britannici riuscirono quindi a mantenere la sterlina quale moneta ufficiale al posto della valuta condivisa dalla maggior parte dei paesi appartenenti all’UE: l’euro. Inoltre, non entrarono a far parte dello spazio Schengen.

 

Maggio 2015 – La promessa di Cameron

L’euroscetticismo è quindi sempre esistito all’interno del Regno Unito. Questa discussione critica dell'UE ha assunto una nuova qualità, soprattutto durante le elezioni europee del 22 maggio 2014, quando il "United Kindom Independence Party" (UKIP), un partito critico dell'UE, ha sorprendentemente vinto le elezioni davanti ai partiti consolidati (Tories e Labour).  È anche per questo motivo che l’allora Primo Ministro David Cameron annunciò che, in caso di una sua vittoria nelle elezioni del 2015, avrebbe dato la possibilità all’elettorato di votare sul futuro dei rapporti con l’UE. Cameron vinse le elezioni con il suo Partito Conservatore e mantenne la sua promessa elettorale, fissando una votazione popolare sull’uscita dall’UE per il 23 giugno 2016. Cameron stesso era però contrario alla Brexit e lottò perché le cittadine e i cittadini britannici decidessero di rimanere nell’UE. Probabilmente, Cameron era fortemente convinto di ottenere il consenso del Popolo per far sì che il Regno Unito rimanesse nell’UE. La votazione popolare doveva quindi essere l’occasione per frenare il crescente euroscetticismo, anche all’interno del suo stesso Partito Conservatore.

 

Giugno 2016 – La votazione sulla Brexit

La campagna per la votazione sulla Brexit venne gestita con grande emozionalità, sia da parte dei favorevoli che dai contrari. Il 16 giugno 2016 il 51,89 percento dell’elettorato britannico approvò quindi la Brexit, sancendo così l’uscita del Regno Unito dall’UE. Cameron diede le dimissioni quale Primo Ministro e Theresa May (anche Tories) prese il suo posto.

 

29 marzo 2017 – Lettera di uscita all‘UE

Il 29 marzo 2017 il Governo britannico mandò la lettera di dimissioni all’Unione Europea. Il Regno Unito comunicò quindi ufficialmente all’UE la sua intenzione di lasciarla. I contratti dell’UE prevendono che le negoziazioni per l‘uscita abbiano luogo entro due anni dalla consegna della lettera di dimissioni. Secondo i contratti, l’uscita dall’UE avrebbe quindi dovuto entrare in vigore esattamente due anni dopo l’annuncio delle dimissioni. La Brexit aveva quindi una scadenza chiara e precisa: il 29 marzo 2019.

 

Giugno 2017 – Rielezioni

Prima di cominciare la negoziazione per l’uscita dall’UE, Theresa May volle raccogliere consenso nella Popolazione britannica e annunciò così delle rielezioni per giugno 2017. La Prima Ministra godeva già della maggioranza in Parlamento. Tuttavia, desiderava aumentare questa maggioranza per rafforzare il suo potere contrattuale nelle negoziazioni. Questa mossa si rivelò però essere un passo falso, dato che anche May sbagliò clamorosamente le previsioni sull’esito. La Prima Ministra finì infatti per perdere la maggioranza in Parlamento con il suo Partito Conservatore (Tories). Il suo Governo fu quindi costretto a dipendere dai voti del partito irlandese DUP (Democratic Unionist Party). Con l’annuncio delle rielezioni la May finì per danneggiarsi e indebolire la sua posizione.

 

Da luglio 2017 a novembre 2018 – Negoziazioni sull’accordo di uscita

Se una nazione fa parte dell’UE deve sottostare a diverse regole in comune e collaborare strettamente con gli altri stati membro in svariati ambiti. Quando una nazione decide di lasciare l’UE è quindi necessario negoziare per stabilire come continueranno i rapporti con gli altri paesi dopo l’uscita. Bisogna effettuare delle negoziazioni di uscita che abbiano come esito la firma, e quindi l’approvazione da parte di entrambe le parti, di un accordo di uscita. Le negoziazioni tra l’UE e il Regno Unito ruotavano soprattutto attorno a due punti chiave:

  • I britannici volevano continuare ad avere una forte collaborazione sul piano economico e ad avere accesso al mercato interno europeo. Anche l’UE era interessata in una continuazione della collaborazione economica, ma a condizione che il Regno Unito continuasse a tenersi a delle regole base del mercato interno europeo. I britannici non approvavano però tutte le regole base che l’UE avrebbe voluto imporre. Era quindi di fondamentale importanza per la negoziazione trovare una soluzione comune a livello delle regole base da condividere.
  • Il secondo punto chiave era il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Entrambe le nazioni si trovano sull’isola irlandese: l’Irlanda è uno Stato a sé ed è membro dell’UE. L’Irlanda del Nord è invece parte del Regno Unito ed è quindi toccata dalla Brexit, che la porterà a lasciare l’UE. Fino agli anni novanta, tra le due nazioni ci sono stati diversi conflitti violenti. Al momento regna la pace tra le due nazioni, ma se in seguito all’uscita dall’UE dell’Irlanda del Nord venisse reinserita una forte frontiera (ad esempio con controlli doganali), i rapporti potrebbero nuovamente inasprirsi ed il conflitto potrebbe riaprirsi. L’accordo d’uscita doveva quindi cercare di trovare una soluzione per evitare l’imposizione di una forte frontiera nell’isola irlandese. Trovare il modo di concretizzare questo punto chiave era tutt’altro che evidente.

Nonostante le ampie discussioni, l’UE riuscì finalmente a stringere un accordo di uscita con il Governo britannico. Questo venne approvato dall’UE nel mese di novembre 2018.

 

Da gennaio a giugno 2019 – La sconfitta di May: il caos della Brexit, parte 1

Dopo che l’UE aveva approvato l’accordo d’uscita, toccò al Parlamento britannico, il quale doveva a sua volta esprimersi a favore dell’accordo stipulato. Fu così che cominciò il caos vero e proprio della Brexit.

Il Parlamento vota 3 volte contro l’accordo di uscita

Il 15 gennaio 2019 il Parlamento britannico votò la prima volta sull’accordo di uscita proposto e lo rifiutò nettamente con 432 voti contrari contro 202 voti favorevoli. Il risultato mostrò chiaramente, che più di 100 deputate e deputati del Partito Conservatore di May le avevano votato contro. A marzo il Parlamento votò una seconda e una terza volta sull’accordo di uscita, rifiutandolo nuovamente in entrambe le occasioni.

Primo rinvio della Brexit

Subito dopo il triplice rifiuto, il Parlamento approvò un rinvio della Brexit. May venne quindi incaricata di chiedere all’UE di posticipare la scadenza della Brexit dal 29 marzo al 30 giugno. May effettuò la richiesta e l’UE approvò un rinvio. Tuttavia, la scadenza venne unicamente posticipata al 12 aprile. La Brexit venne così rinviata per la prima volta.

Secondo rinvio della Brexit

May decise di offrire alla sua frazione le sue dimissioni quale Prima Ministra in cambio dell’approvazione dell’accordo d‘uscita. La sua mossa si rivelò però un insuccesso, in quanto il Parlamento rifiutò nuovamente l’accordo di uscita. Dato che un’uscita entro il 12 aprile sembrava oramai impossibile, May chiese nuovamente all’UE di rinviare la scadenza della Brexit. L’UE approvò nuovamente il posticipo, ma a condizione che il Regno Unito partecipasse alle elezioni europee di maggio. Nelle elezioni europee vengono eletti i membri del Parlamento europeo. Ogni Stato membro dell’UE deve eleggere un certo numero di deputati al Parlamento europeo. Un ritardo nella messa in atto della Brexit avrebbe quindi comportato l’obbligo per il Regno Unito di portare deputati all’elezione.

May approvò la partecipazione alle elezioni europee nella speranza, però, di riuscire a concretizzare la Brexit prima delle elezioni e poterle quindi disdire. La Brexit venne così posticipata una seconda volta: la nuova scadenza era il 31 ottobre 2019.

Il ritiro di May

La Brexit non ebbe luogo prima delle elezioni europee, il che portò May a dare le dimissioni quale Prima Ministra e presidente del Partito Conservatore appena prima delle elezioni europee.

 

Da gennaio a ottobre 2019 – Boris Johnson: il caos della Brexit, parte 2

Il 23 luglio 2019 Boris Johnson venne eletto quale nuovo presidente del Partito Conservatore e quindi anche quale Primo Ministro britannico. Johnson era stato sindaco di Londra, aveva ricoperto un ruolo fondamentale nella campagna a favore della Brexit ed era stato, per qualche mese, Ministro degli Esteri sotto Theresa May. Johnson voleva mettere in atto la Brexit in ogni caso entro il 31 ottobre 2019, anche a costo di uscire dall’UE senza un accordo di uscita e quindi di effettuare una cosiddetta “hard Brexit”.

Hard Brexit?

La hard Brexit comporterebbe per il Regno Unito l’uscita dall’UE senza un accordo. Johnson sostiene che l’UE non è pronta a negoziare un accordo che sia favorevole al Regno Unito. Una hard Brexit metterebbe però l’UE sotto pressione, dato che la forzerebbe ad andare incontro al Regno Unito. Infatti, secondo Johnson, l’UE avrebbe interesse a mantenere dei rapporti regolamentati con il Regno Unito. I contrari alla Brexit vorrebbero però evitare a tutti costi una hard Brexit. Secondo loro, una hard Brexit porterebbe ad un caos assoluto, dato che da un giorno all’altro andrebbero a cadere tutte le regolamentazioni. Questo danneggerebbe l’economia e la popolazione. La Brexit dovrebbe quindi, a loro veduta, solo venir messa in atto una volta che si è stato negoziato un accordo che il Parlamento è pronto ad approvare. Eventualmente, il Governo dovrebbe essere disposto a fare dei compromessi.

Vacanze forzate per il Parlamento – varie sconfitte per Johnson

A fine agosto, Johnson dichiarò delle vacanze forzate da metà settembre a metà ottobre per il Parlamento britannico. Johnson argomentò che una pausa simile non era affatto inusuale durante i congressi dei partiti britannici. I contrari criticarono però le vacanze forzate, perché esse non erano abitualmente così lunghe, e perché vennero percepite come una strategia di Johnson per tacciare il Parlamento e per evitare che esso gli mettesse i bastoni tra le ruote nei suoi piani per la Brexit.

Fu così che appena prima delle vacanze forzate il Parlamento emise una legge atta a impedire una hard Brexit. La legge stabilì infatti che il Regno Unito non può lasciare l’UE senza un accordo. Se il Parlamento britannico non fosse riuscito ad approvare l’accordo di uscita entro la scadenza del 31 ottobre, Johnson avrebbe quindi dovuto chiedere un ulteriore rinvio all’UE fino al 31 gennaio 2020. Johnson dichiarò però che avrebbe preferito „giacere in una tomba che fare questo” e chiese le rielezioni per il 15 ottobre. Il Parlamento si rifiutò però di concedere le rielezioni. In seguito, Johnson buttò fuori dalla sua frazione più di 20 deputate e deputati conservatori che avevano votato contro di lui. Johnson si ritrovò quindi definitivamente senza una maggioranza in Parlamento.

Un ulteriore sconfitta per Johnson arrivò il 24 settembre: la Corte Suprema, il tribunale maggiore britannico, revocò le vacanze forzate del Parlamento. La decisione di Johnson venne dichiarata illegittima, dato che violerebbe il diritto costituzionale di parola del Parlamento. Il Parlamento riprese quindi il suo lavoro.

Terzo rinvio della Brexit – Data e rielezioni

In ottobre Johnson riuscì a chiudere un nuovo accordo di uscita con l’UE. Tuttavia, anche questo nuovo accordo venne bocciato dal Parlamento. Nonostante le precedenti dichiarazioni fatte da Johnson di preferire il suo arresto ad un nuovo posticipo della Brexit, il Primo Ministro finì per chiedere il terzo rinvio all’UE. Questa approvò la posticipazione e la scadenza della Brexit venne spostata al 31 gennaio 2020.

En juin 2016, une faible majorité de la population britannique s’est prononcée en faveur de la sortie du Royaume-Uni de l’Union européenne. La sortie aurait dû avoir lieu jusqu’au 29 mars 2019. Mais les Britanniques sont toutefois toujours dans l’UE. Pourquoi ? Bienvenue dans le chaos du Brexit !

Tu es un peu perdu(e) ? Tu n’es pas la seule / le seul… Nous pouvons t’aider à comprendre ce qu’il se passe.

 

La situation actuelle

Le 31 janvier 2020 à minuit, le Royaume Uni a quitté l’Union Européenne après en avoir été membre durant 47 ans. Le processus qui a conduit au Brexit a duré 3 ans et demi et a été marqué par les négociations, les élections et beaucoup d’incertitude. Notre chronologie du Brexit résume tout ce qu’il faut savoir, comme d’habitude de manière simple et politiquement neutre.

Et maintenant ? Depuis que le Brexit est devenue une réalité, une période de transition a commencé, qui se terminera le 31 décembre 2020. Jusqu’à cette date, la Grande-Bretagne doit continuer à respecter les règles de l’Union Européenne. Durant cette période, le Royaume Uni et l’UE ont le temps de négocier un accord de libre-échange et, par exemple, de régler l’accès du Royaume Uni au marché intérieur européen.

Les élections parlementaires ont eu lieu le 12 décembre 2019 au Royaume-Uni. Lors de ces élections, l’actuel Premier ministre Boris Johnson et son parti conservateur ont obtenu (Tories) une nette majorité au Parlement. Sur un total de 650 sièges au Parlement, le parti conservateur a remporté 364.

Le slogan de Johnson lors de sa campagne électorale était « Get Brexit Done ». Le Brexit devait donc enfin être mis en application. Tous les candidats du parti conservateur s’étant présenté aux élections parlementaires devaient confirmer par écrit qu’ils voteraient pour l’accord de sortie avec l’UE de Johnson s’il était élu.

Le 20 décembre 2019, la Chambre des communes a approuvé la démission de Boris Johnson du Parlement britannique. Si la Chambre des Lords approuve également le traité de démission, les Britanniques quitteront l’UE d’ici le 31 janvier 2020.

Toutefois, le Brexit n’est pas encore tout à fait terminé. En effet, le Royaume-Uni et l’UE devront négocier un accord de libre-échange après le Brexit. Le Royaume-Uni et l’UE ne sont néanmoins pas encore d’accord à ce sujet. Le Brexit est donc certainement presque terminé, mais les discussions vont continuer.

La grande chronologie du Brexit 

Les Britanniques ont rejoint l’UE le 1er janvier 1973. Les Britanniques ont toujours été intéressés à une collaboration commerciale avec les Etats européens. Cependant, ils voyaient d’un œil critique la collaboration politique de plus en plus forte et ont toujours négocié pour bénéficier d’un traitement différent. Ainsi, les Britanniques ont toujours la livre sterling comme monnaie et non la devise commune de l’Union européenne, l’euro, et ils ne font pas partie de l’espace Schengen.

 

Mai 2015 : la promesse de David Cameron

Il y a donc toujours eu des voix critiquant l’UE au Royaume-Uni. Cette discussion critique envers l’UE pris une nouvelle dimension, notamment lors des élections européennes du 22 mai 2014, lorsque le United Kingdom Independence Party (UKIP), critique envers l’UE, a étonnamment remporté les élections devant les partis établis (Tories et Labour). C’est entre autres pour cette raison que l’ancien Premier ministre David Cameron annonce que, s’il gagne les élections en 2015, la population pourra voter sur les futures relations avec l’UE. David Camera remporte les élections avec son parti conservateur (Tories), tient sa promesse et organise un référendum sur la sortie de l’UE le 23 juin 2016. David Cameron se bat lui-même contre le Brexit dans sa campagne électorale et souhaite donc rester dans l’UE. Avec le référendum, il souhaite couper l’herbe sous le pied des sceptiques de l’UE de plus en plus forts, même au sein de son propre parti conservateur.

 

Juin 2016 : le référendum du Brexit

La campagne électorale précédant le Brexit est livrée de manière très émotionnelle par les opposants et les partisans. Le 16 juin 2016, 51,89 % des Britanniques votent finalement pour le Brexit, c’est-à-dire pour la sortie de l’UE. David Cameron démissionne de son poste de Premier ministre et Theresa May (aussi Tories) le succède.

 

29 mars 2017 : lettre de sortie à l’UE

Le 29 mars 2017, le gouvernement envoie une lettre de notification officielle à l’Union européenne. Le Royaume-Uni a donc officiellement annoncé à l’UE son souhait de sortir de l’UE. Les accords de l’UE prévoient que des négociations de sortie auront lieu durant les deux années suivant la lettre de notification. Exactement deux ans après la lettre officielle de notification, le pays doit donc sortir de l’UE. Une date exacte est donc fixée pour le Brexit : le 29 mars 2019.

 

Juin 2017 : réélections

Avant que les négociations de sortie ne commencent, Theresa May veut obtenir un large soutien de la population et annonce de nouvelles élections pour le 8 juin 2017. Même si elle dispose déjà d’une majorité au Parlement, elle souhaite l’augmenter et renforcer ainsi sa position dans les négociations. Toutefois, Theresa May s’est également trompée et son parti conservateur (Tories) perd la majorité au Parlement. Theresa May s’affaiblit donc elle-même avec les nouvelles élections.

 

Juillet 2017 à novembre 2018 : négociations sur l’accord de sortie

Les membres de l’UE doivent respecter de nombreuses règles communes et doivent collaborer dans un grand nombre de domaines. Si un pays sort de l’UE, ses relations après sa sortie doivent donc être négociées. Des négociations sont donc nécessaires et les deux partis doivent s’entendre à la fin en signant un accord de sortie. Les négociations de sortie entre l’UE et le Royaume-Uni comportent deux points importants :

  • Les Britanniques souhaitent poursuivre leur étroite collaboration commerciale et avoir accès au marché intérieur européen. L’UE souhaite la même chose, mais qu’à la condition que les Britanniques continuent à respecter certaines règles de base du marché intérieur européen. Les Britanniques ne sont toutefois pas d’accord avec toutes ces règles. La difficulté est de trouver une réponse commune à ces questions.
  • Le deuxième point de friction est la frontière entre l’Irlande et l’Irlande du Nord. Toutes deux se trouvent sur l’île irlandaise : l’Irlande est un État indépendant et est membre de l’UE. L’Irlande du Nord fait quant à elle partie du Royaume-Uni et quittera donc l’UE avec le Brexit. Des conflits violents ont eu lieu entre les deux pays jusque dans les années 1990, mais la paix règne à présent. S’il devait y avoir à nouveau une frontière stricte (par exemple avec des contrôles aux frontières) entre les deux pays en raison de la sortie de l’Irlande du Nord de l’UE, le conflit pourrait éclater à nouveau. L’accord de sortie doit donc dans la mesure du possible trouver une solution sans frontière stricte sur l’île irlandaise. Mettre en place de telles dispositions est tout sauf simple.

Malgré les nombreuses discussions, l’UE et le gouvernement britannique conviennent d’un accord de sortie. L’UE accepte ce dernier en novembre 2018.

 

De janvier à juin 2019 – les défaites de Theresa May : le chaos du Brexit, 1e partie

L’UE a approuvé l’accord de sortie, le Parlement britannique doit à présent également être d’accord avec ce dernier. C’est ici que commence le véritable chaos du Brexit.

Le Parlement refuse trois fois l’accord de sortie

Le 15 mai 2019, le Parlement britannique vote pour la première fois sur l’accord de sortie proposé et le refuse catégoriquement à 432 voix contre 202. Le résultat montre que plus de 100 députés du parti conservateur de Theresa May votent également contre elle. En mars, le Parlement vote une deuxième et une troisième fois sur l’accord de sortie et exprime son refus deux fois.

Premier report de la date du Brexit

Peu de temps après, le Parlement vote sur un report du Brexit. Theresa May doit demander à l’UE de reporter la date du Brexit du 29 mars au 30 juin. C’est ce qu’elle fait, et l’UE est d’accord de reporter la date, toutefois seulement jusqu’au 12 avril. Le Brexit est reporté pour la première fois.

Deuxième report de la date du Brexit

Theresa May propose à sa fraction de se retirer de son poste de Premier ministre si la fraction vote en faveur de l’accord de sortie. Sa tentative reste sans succès : le Parlement refuse une nouvelle fois l’accord de sortie. Comme une sortie ne semble plus possible jusqu’au 12 avril, Theresa May demande un nouveau report de la date de sortie. L’UE accepte une nouvelle fois. Le Royaume-Uni doit toutefois participer aux élections européennes en mai. Lors des élections européennes, le Parlement européen est élu. Chaque État membre de l’UE élit un certain nombre de députés au Parlement européen. Le Royaume-Uni doit donc en faire de même. Comme le Brexit est retardé, le Royaume-Uni doit également fournir des député durant la nouvelle période d’élection.

Theresa May approuve cette participation en espérant pouvoir mettre en place le Brexit avant les élections et annuler ces élections. Le Brexit est reporté une seconde fois, au 31 octobre 2019.

Départ de Theresa May

Le Brexit n’a pas lieu avant les élections européennes. Peu de temps avant les élections, Theresa May démissionne de son poste de Premier ministre et de présidente du parti conservateur.

 

De janvier à octobre 2019 – Boris Johnson : le chaos du Brexit, 2e partie

Le 23 juillet 2019, Boris Johnson est élu comme nouveau président du parti conservateur et devient ainsi également le nouveau Premier ministre. Boris Johnson est un ancien maire de Londres, menait la campagne référendaire en faveur du Brexit et était ministre des affaires étrangères pendant quelques mois dans le gouvernement de Theresa May. Johnson souhaite mettre en place le Brexit dans tous les cas jusqu’au 31 octobre 2019, si nécessaire également sans accord de sortie, c’est-à-dire un « Hard Brexit ».

Hard Brexit ?

Avec un Hard Brexit, le Royaume-Uni quitterait l’UE sans accord. Boris Johnson déclare que l’UE n’est pas prête à négocier un bon accord avec le Royaume-Uni. Le Hard Brexit met toutefois l’UE sous pression pour qu’elle cède au Royaume-Uni. En effet, l’UE a également un intérêt à des relations réglementées. Le camp adverse souhaite néanmoins empêcher à tout prix le Hard Brexit. Ce dernier estime qu’un Hard Brexit engendrerait un gigantesque chaos car plus rien ne serait réglementé du jour au lendemain. Ceci nuirait à l’économie et à la population. Le Brexit devra donc être mis en place que lorsqu’un accord aura été négocié. Si nécessaire, des compromis doivent également être faits.

Congé forcé pour le Parlement – diverses défaites pour Boris Johnson

En fin août, Boris Johnson annonce un congé forcé pour le Parlement britannique de mi-septembre à mi-octobre. Boris Johnson argumente qu’une telle mise en congé est tout à fait habituelle lors des congrès des partis britanniques. Les opposants critiquent toutefois le fait que, premièrement, un tel congé forcé n’est généralement pas si long et, deuxièmement, que Boris Johnson souhaite uniquement faire taire le Parlement. Ainsi, il ne peut plus mettre des bâtons dans les roues de ses plans pour le Brexit.

Peu de temps avant le congé forcé, le Parlement adopte toutefois une loi devant éviter un Hard Brexit. La loi stipule que le Royaume-Uni ne peut pas sortir de l’UE sans accord. Si le Parlement britannique n’accepte aucun accord de sortie jusqu’à la date actuelle du Brexit, le 31 octobre, Boris Johnson doit demander à l’UE une prolongation jusqu’au 31 janvier 2020. Boris Johnson annonce qu’il préfère « être mort au fond d’un fossé » que de faire cela et souhaite des réélections le 15 octobre. Toutefois, le Parlement refuse. Il expulse donc de la fraction plus de 20 députés ayant voté contre lui. Boris Johnson n’a définitivement plus la majorité au Parlement.

Il subit une nouvelle défaite le 24 septembre : la Cour suprême britannique annule le congé forcé pour le Parlement. La décision de Boris Johnson serait en effet illégitime car il a tenté d’outrepasser le droit constitutionnel de parole du Parlement. Le Parlement reprend son travail.

Troisième report de la date du Brexit et réélections

En octobre, Boris Johnson parvient à négocier un nouvel accord de sortie avec l’UE. Toutefois, ce dernier échoue au Parlement. Malgré la déclaration antérieure de Boris Johnson selon laquelle il ne demanderait certainement pas un report du Brexit à l’UE et qu’il préférerait aller en prison, il en propose finalement un à l’UE. L’UE accepte et la date du Brexit est une troisième fois reportée, cette fois-ci au 31 janvier 2020.